venerdì, 12 giugno 2009, ore 14:34

Erri de Luca te l’ho attaccato io, come il raffreddore dopo un bacio frettoloso, ti piace girare tra i miei libri, li prendi  tra le mani con cura, come  fossero cosa fragile, leggi la quarta di copertina e  li riponi, ogni tanto però ne tiri fuori uno e te lo porti via, così è successo con Erri de Luca, ti sei preso “tre cavalli” ed io ho sorriso dentro di me, pensando ad altre mani e ad altri sorrisi, un'altra storia bella, non un ricordo ma uno strano presente che mi accompagna ad ogni ritorno dei papaveri.

E in questo tuo modo curioso, mi hai aiutato a risistemare la mia libreria interrotta e orfana,  ho capito di essere veramente sola il giorno che, tornado, l’ho trovata vuota a metà.

Ogni tanto arrivi, come un gatto maschio randagio, citofoni e sali le scale, robusto e sodo con balzi da felino, entri in casa, la metti subito in disordine con le mille cose che ti porti appresso, mi svuoti il frigorifero, bevi la mia acqua, metti in carica il tuo cellulare costantemente scarico, ti levi la scarpe e gironzoli.

Ti ho adottato come faccio con tutti i cuccioli irrequieti che nessuno vuole.

Ogni tanto ti infili anche nelle mie lenzuola ed io  accolgo con un sorriso le tue stanchezze del troppo fare.

Mi scordo che hai poche briciole di anni meno di me e tu ti offendi nel sentirti guardato bambino.

L’altra sera, di corsa sulla tua nuova vespa, con il tuo ritardo cronico attaccato anche alla mia pelle,  Erri de Luca da ascoltare, poesia e politica, musica e vino, casa per me, un nuovo mondo per te.

Ti osservavo di sguardo lungo, per non farmi vedere e spiavo il tuo applaudire forte, il tuo sorriso,   le mani grandi emozionate, larghe, di bambino grande.

Erri de Luca te l’ho attaccato io e ti rimarrà addosso per sempre, come un tatuaggio, un ricordo di me,  per quando sarai lontano, come i tanti uomini bambini che ho lasciato andare quando è stato tempo.

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lunedì, 08 giugno 2009, ore 22:48

Di solito cerco di usare parole mie, non amo citare o prendere voce da  altri, ho incontrato molti dolori e molte persone che mi hanno insegnato a tradurre i sentimenti, a manifestarli, a condividerli, ho stretto molte mani e mescolato l’acqua delle lacrime, ma una cosa non ho conosciuto mai: l’amore totale di e per  una madre, amo la mia di un amore faticoso che me la fa desiderare lontana affinché la distanza riesca a renderla nei miei pensieri una madre come tutte le altre, donna di cui avere nostalgia e “bisogno” in qualsiasi età della vita… ma neppure sono stata madre e non conosco in me quell’amore senza limite che un genitore prova per chi ha generato.

Mi è quindi questa, in entrambe le sue forme, di figlia e di madre, purtroppo parola straniera.


E allora, affido ad altri, quello che io non sono in grado di fare questa volta, prima o poi, cara amica, passerai da qui  e leggerai.

Una cosa mia posso dirti, che dal dolore e dalla mancanza si guarisce con lentezza e la consapevolezza che certi vuoti non si colmano mai e che certe persone non “vanno mai via del tutto” ma a volte le parole posso essere cura, spero lo siano queste per te…

Ti abbraccio forte, bea.



Da Colloqui coi personaggi di Luigi Pirandello


...Non sono io forse viva sempre per te?
- Oh, Mamma, sì! - io le dico. – Viva, viva, sì... ma non è questo! Io potrei ancora, se per pietà mi fosse stato nascosto, potrei ancora ignorare il fatto della tua morte, e immaginarti, come t'immagino, viva ancora laggiù, seduta su codesto seggiolone nel tuo solito cantuccio, piccola, coi nipotini attorno, o intenta ancora a qualche cura familiare. Potrei seguitare a immaginarti così, con una realtà di vita che non potrebbe esser maggiore: quella stessa realtà di vita che per tanti anni, così da lontano, t'ho data sapendoti realmente seduta là in quel tuo cantuccio. Ma io piango per altro, Mamma! Io piango perché tu, Mamma, tu non puoi più dare a me una realtà! E' caduto a me, alla mia realtà, un sostegno, un conforto. Quando tu stavi seduta laggiù in quel tuo cantuccio, io dicevo: “Se Ella da lontano mi pensa, io sono vivo per lei”. E questo mi sosteneva, mi confortava. Ora che tu sei morta, io non dico che non sei più viva per me; tu sei viva, viva com'eri, con la stessa realtà che per tanti anni t'ho data da lontano, pensandoti, senza vedere il tuo corpo, e viva per sempre sarai finché io sarò vivo; ma vedi? è questo, è questo, che io, ora, non sono più vivo, e non sarò vivo per te mai più! Perché tu non puoi più pensarmi com'io ti penso, tu non puoi più sentirmi com'io ti sento! E ben per questo, Mamma, ben per questo quelli che si credono vivi credono anche di piangere i loro morti e piangono invece una loro morte, una loro realtà che non è più nel sentimento di quelli che se ne sono andati. Tu l'avrai sempre, sempre, nel sentimento mio: io, Mamma, invece, non l'avrò più in te. Tu se qui; tu m'hai parlato: sei proprio viva qui, ti vedo, vedo la tua fronte, i tuoi occhi, la tua bocca, le tue mani; vedo il corrugarsi della tua fronte, il battere dei tuoi occhi, il sorriso della tua bocca, il gesto delle tue povere piccole mani offese; e ti sento parlare, parlare veramente le parole tue: perché sei qui davanti a me una realtà vera, viva e spirante; ma che sono io, che sono più io, ora, per te? Nulla. Tu sei e sarai per sempre la Mamma mia; ma io? Io, figlio, fui e non sono più, non sarò più...
L'ombra s'è fatta tenebra nella stanza. Non mi vedo e non mi sento più. Ma sento come da lontano lontano un fruscio lungo, continuo, di fronte, che per poco m'illude e mi fa pensare al sordo fragorio del mare, di quel mare presso al quale vedo ancora mia madre. Mi alzo; m'accosto a una delle finestre. Gli alti giovani fusti d'acacia del mio giardino, dalle dense chiome, indolenti s'abbandonano al vento che li scapiglia e par debba spezzarli. Ma essi godono femineamente di sentirsi così aprire e scomporre le chiome e seguono il vento con elastica flessibilità. E' un moto d'onda o di nuvola, e non li desta dal sogno che chiudono in sé. Sento dentro, ma come da lontano, la sua voce che mi sospira:
“Guarda le cose anche con gli occhi di quelli che non le vedono più! Ne avrai un rammarico, figlio, che te le renderà più sacre e più belle”.
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venerdì, 06 marzo 2009, ore 19:38

Ecco, ci siamo, pochi giorni, poche pennellate di  bianco, una tenda da montare, un tappeto da sbattere, una pianta nuova da far entrare e infine  una porta da chiudere definitivamente, spero con un clic rumoroso, che il silenzio spaventa, che il silenzio,  frastuona.

Ecco, ci siamo, pochi giorni e un nuovo capitolo della  mia vita avrà inizio.

L’ho tanto aspettata questa solitudine, l’ho costruita, piano piano, come si costruisce un amore.

Paradossale vero ? qualcuno la chiamerebbe demolizione, una storia finita, stracci, oggetti, corpi che si dividono, gentilezza improvvisa e formale che prende il posto dell’invisibile abitudine.

E invece per me è costruzione, un affetto che è cambiato nel tempo, il salutarsi con rispetto e complicità.

Non un fallimento, ma un mutamento.

Nessun rancore, nessun livore, nessuna bugia più.

“Ti aiuto a mettere su la mensola se vuoi” -  “si grazie”  - nulla è più dovuto, nessun anello lo certifica più.

Un aiuto sincero, senza sbadigli.

Ho costruito la nostra nuova amicizia, con fatica e pazienza, è merito mio e me lo prendo tutto, ci ho messo anni, ho rinunciato ad amori e sogni per questa libertà sussurrata e lieve.

Ho  stuccato  tutti i buchi, tolto i segni dei chiodi staccati di quadri che non ci sono più,  ma i buchi del cuore no, li ho lasciati lì, sono in fondo rughe dell’anima, come quelle del mio viso che non ho nessuna intenzione di nascondere o cancellare.

Comprerò nuovi piatti, nuove lenzuola, appenderò nuovi quadri. Aprirò di nuovo la porta a qualcuno che salirà le scale col mio nome negli occhi, regalerò di nuovo sorrisi, ospiterò nel mio letto e scambierò di nuovo calore in questa  casa cambiata insieme a me...

Marito “peter pan” ti saluto con tenerezza e con un clic di porta rumoroso, spero tu abbia finalmente trovato la tua ombra, che non potevo essere io.

E augurerò per te nuove lenzuola e  nuovi sorrisi, mi hai insegnato tanto, ti ho dedicato tanto.

Rincomincia la vita, di nuovo, come rincomincia una canzone.

Clic…
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venerdì, 21 novembre 2008, ore 16:35



Forse è venuto il momento di riprendere a scrivere,  molti dicono che scrivono per se stessi, appunti di pensieri, tracce di sogni ma anche  di sorrisi e lacrime.

O a volte solo appunti di viaggio…

Io ho sempre scritto per qualcuno, per dire quello che non riesco a parole, ho una particolare afonia dei sentimenti, non so dire, cerco di dimostrare, affido ai tasti quello che la voce non sa fare.

In molti mi chiedevano il perché del mio silenzio, dei miei fogli bianchi non sapevo rispondere e quasi mi stupivo della richiesta, “forse perché sono serena”, mi dicevo e spiegavo, “forse perché non ho più molte cose da raccontare”, perché le fonti si prosciugano, l’acqua prende un altro corso e non affiora più, va altrove, invisibile si infiltra e nutre altro.

Penso invece che mi mancasse lo slancio, che non avessi più voglia di stendere carezze al cuore di nessuno, in quel particolare egoismo che si prova quando si basta a se stessi, quando si chiudono le porte  e si lascia il mondo fuori.

Ma poi è bastata una voce, non una qualsiasi, non un coro, una voce che è una chiave al cuore, un sussurro, che di nuovo la mano ha cercato la carezza e le dita i tasti.

Non so se è possibile pescare i sogni con il retino o regalare un setaccio di pepite, ma so che a volte le parole chiamano parole, l’eco di una voce vuole risposta, la mano cerca altre dita, e il battito del cuore il controcanto di un altro cuore.

Io posso pensarti felice, altrove, anche forse lievemente “dimentico di me” .

Ma non senza parole, sogni da raccontare, qualsiasi essi siano, racconti di carne o di anime, tanto tu hai l’incredibile capacità di mutare tutto in poesia.

Cerca le parole, per favore,  come le monetine e le piccole cose che tieni in tasca, trova le parole come i granelli di sabbia che ti sono rimasti di sicuro nelle pieghe dei vestiti.

Scuoti nuovamente i sorrisi e  le briciole di pane al mattino fuori dalla finestra.

Maggio porta via la brina, anche a novembre…

Ti voglio tutto il bene del mondo, sempre, per sempre…
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sabato, 01 marzo 2008, ore 22:05


Mi sono preparata lentamente, il freddo rallenta i movimenti e solidifica il fiato.

Le mani stringono i lacci delle ciaspole, chiudono le zip del pile, sistemano le racchette telescopiche, calcano il berretto sulla fronte, aggiustano le ghette e si intorpidiscono, sognando il tepore dei guanti.

Nel silenzio più totale ci siamo. Il cammino ha inizio

Capisco che è diverso dal primo passo, questa coltre bianca non è mai uguale, il popolo degli inuit, le da mille nomi, per via i suoi mille aspetti e colori e odori, siamo noi che la chiamiamo semplicemente neve.

Il sentiero si inerpica nel bosco, ripido, scuro, gelato, nessun impianto di risalita ad aiutare,  solo la forza delle gambe e della volontà.

Qui  è così, qui ci sono solo altre orme, di chi ha camminato prima di te lasciate a segnare il passo, ad indicare la strada.

Scie di altri fiati, rimasti sospesi, come piccole nuvole, la chiamano nebbia del bosco, ma ha la consistenza dei respiri…

Il rumore delle ciaspole a salire mi sembra quasi un frastuono, e il sole non riesce a trapassare le fronde dei larici.

Siamo in due, ma ognuno di noi è solo, è la nostra regola, da sempre, da quando bambina lo seguivo, silenziosa e fiduciosa che non mi avrebbe perduta, mai…

Si sale insieme, quasi sincroni, perché siamo uguali in peso, altezza e sentire, ma soli, perché certe sensazioni sappiamo che si condividono solo con la montagna che ci accoglie, ci si guarda ogni tanto nel fermarsi a recuperare il fiato, gli sguardi si fondono, ci si  scambia  un sorriso e un bacio gelati, che sa di moccico a volte, salato come le lacrime, ma in silenzio, affinché nessuno dei due possa perdere i propri pensieri.

Guardo i miei vecchi pantaloni di velluto, e gli scarponi che hanno quasi vent’anni, e  i suoi, pochi metri più avanti dei miei, così simili, così semplici, così umili e penso alle tute sgargianti, rumorose, alla moda, che invadono le montagne quattro o cinque crinali più in là, tra seggiovie, ovovie, tapis roulant, musica e sky pass.

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Camminiamo silenziosi, respirando l’aria gelida e dura che brucia il naso e ferisce i polmoni, nella luce verdastra di neve di fronda.

E finalmente all’improvviso, lasciamo il bosco, e l’odore dei larici è paradossalmente più forte ora che li abbiamo lasciati sotto  lo sguardo.

Ora ci sono a tenerci compagnia solo passi silenziosi che hanno proceduto i nostri e il bianco accecante di neve e  slavine, immobili, sopra la nostra testa, pronte ad inghiottirci se non rispettiamo i sentieri.

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Cammino e i muscoli tirano e i polmoni bruciano, e alla mia sinistra c’è  il crepaccio, e a destra la neve ripiegata, lucida, sudata di sole, che brilla come un gioiello, e gocciola, e la  guardo e penso : “sta lì, ti prego” perché so che quel brillio è pericoloso e che il sole in questo momento non è mio amico, e cerco il passo silenzioso e dalla gola non faccio uscire nessun suono, solo il mio fiato solido, frammento di anima, penso e sorrido, io che all’anima non credo.

Cammino e sento i passi antichi dei soldati nelle orecchie, percorro sentieri di guerra, cerco con gli occhi tra le rocce dell’altopiano le ferite della montagna, sono scomparsi i cannoni, ma questa pietra cava urla ancora dolore e rumore di spari.

Mi fermo a mangiare la neve, ho sete, fame, e il fiato è corto, mastico lentamente come fosse carne, mi sazia e penso nuovamente alla guerra, al sangue, al dolore, a chi è morto quassù, non posso non farlo, la mia libertà è anche un loro dono.

E finalmente arriviamo alla forcella, lui mi dice : “rallenta per favore”  e mi accorgo solo in quel momento che il mio passo è diventato vigoroso, lungo, fluido, privo di fatica.

Ho il ritmo del vento nei passi, e la gioia incontenibile di chi davanti agli occhi ha l’infinito.

Non ci sono qui le vette delle dolomiti, il granito forte delle alpi, il basalto dei miei appennini.

Qui,  arrivata sulla cima trovo solo l’infinito del ghiaccio, siamo solo io, lui e il silenzio di chi rispetta la slavina e la teme.

Neppure il battito d’ali dei corvi, neppure il sussurro di un bacio.

Solo silenzio.

Si è soli, anche se  in due, ma lo sguardo dell’altro accarezza, come il vento lieve che si è alzato e che profuma di neve…

Questo è conquistare l’altopiano di Asiago, dove ogni passo è storia e silenzio e neve e profumo di pino mugo…

Questo è per me la montagna, il posto giusto dove portare i miei vecchi scarponi e i miei sformati pantaloni di velluto.

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domenica, 06 gennaio 2008, ore 19:29

“Non ho nulla di veramente mio”… quante volte l’ho pensato, a volte queste parole mi hanno dato la vertigine della libertà, quel particolare slancio gitano che sento nei muscoli a tirare, verso treni, partenze, orizzonti qualsiasi, basta che siano diversi da quello che intravedo dalla mia finestra, slancio verso precipizi, veri, di montagna e dell’anima, in un andare con il desiderio di non lasciare orme al tornare.

A volte, invece, il suono di questa frase è stato nero, di urlo muto, di felino offeso da cuori distanti, da figli non avuti, da case non comprate, da uomini tenuti a metà, in comproprietà con altri loro amori: mogli, figli, luoghi, letti, odori cibi.

A volte penso che se  dovessi all’improvviso andare via farei presto a fare i bagagli, poche cose: i libri più importanti, qualche fotografia (ma poche) dei vestiti comodi ed il mio MAC, non ho altro da portar via, ah si… la macchina fotografica, certo. Se dovessi andare via, lascerei stupite e sole poche persone, e questo è nello stesso tempo vuoto e libertà.

La cosa che sento più mia è un albero, il mio faggio, che poi, non è neppure mio, perché gli alberi di crinale non appartengono a nessuno, solo al vento che li spazza e li disegna, questo faggio, è la mia stella polare, il mio nord, la mia onda perfetta se fosse mare.

Ora, però, ho un’altra piccola cosa che è diventata mia, un tappo di champagne, di questo ultimo dell’anno, passato con chi ha percorso con me, ad intermittenza, molte strade della mia vita, senza proclami, senza aver mai detto una sola volta“ti amo” , senza aver mai detto una sola volta “addio”.

Ad un certo punto della notte, nel silenzio della casa, l’ho visto un po’ in disparte, chino con un oggetto in mano, cercando di non farsi vedere da me…
Mi sono avvicinata curiosa, aveva il tappo in mano e una penna,  sopra ci aveva scritto:  “2007/08 B&S”  e lo teneva in pugno, come una cosa preziosa.

Non avrei dovuto vederlo, era uno dei suoi modi silenziosi di  amarmi e questo gesto nascosto ha reso quel tappo unico e raro, ma, soprattutto, mio.

A volte si scopre di possedere cose preziose anche senza saperlo e allora il pensiero all’improvviso  si scalda, pensando che le orme da non lasciare al tornare non è detto che siano solo due e che, se fossero quattro, potrei dire con il sorriso nel cuore, che si possiede il mondo.

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giovedì, 20 settembre 2007, ore 18:41

Sono passati  14 anni, 168 mesi, 730 settimane, 5.113 giorni, 122.712 ore.

Mi sei venuto in mente appena sveglia, i tuoi occhi meravigliosi, verdi.

Poi sei salito sull’autobus con me, con il sorriso dei tuoi denti bianchi di giovane lupo.

Al lavoro sei stato un’interferenza, come un sottile costante mal di testa che non permette il sorriso.

Alle 17 parrucchiere, un omaggio a te, i miei capelli sono stati da sempre il tuo passatempo preferito.


Adesso sono qui sul divano, in questa casa che è stata anche tua.

E ti scrivo, e mi scrivo.

Tra poco uscirò con le mie amiche: cena fuori e sorrisi perché è giusto così.


Spesso mi ritrovo a consolare le persone che piangono qualcuno che hanno perduto per sempre.


“Poi passa” dico, - “il dolore si placa e restano solo i ricordi”.

Che pietosa bugia.

Non passa, non passa mai, non passa più.

Si diventa una persona incompleta, sopravissuta, che il danno subito ha cambiato per sempre.


Ciao Mauro, bell’affare che hai fatto ad andare via così, in quell’ultimo giorno d’estate di molti anni fa,  lasciandomi qui, a cercare di vivere per due.

Ciao fragile e meraviglioso fratello, ti penso e piango: di solitudine, di rabbia, di ingiustizia, piango per tutti gli anni in cui non sono riuscita a farlo chiusa in un dolore di gelo.

Oggi ti penso e la gola si chiude e le lacrime scendono lente, senza singhiozzi.


Ma è giusto così.

Ma tra poco sorriderò, alzando piano, in unbrindisi ideale, un buon bicchiere di vino rosso, anche per te, insieme a te.

Ed è giusto così…
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sabato, 25 agosto 2007, ore 01:11

Le salite strette di pietra dei paesi dell’entroterra della Liguria, offrono strane prospettive, giocano con la luce e con gli odori, rimbombano di voci, risate, grida o sussurri, sembra che parlino a te che cammini, per tenerti compagnia, e, chissà perché, c’è sempre profumo di peperoni arrostiti  o, a volte, di ripieni, ma sempre con un leggero sottofondo di peperone, e, nei vicoli tangenti, ripidi di salite anch’essi, ci sono spesso degli stendini, lasciati a rubare qualche lama di luce che tra un tetto e l’altro sfugge all’ordine del sole di non addentrarsi in certi anfratti.

Appesi ci sono mutande, calzini, magliette di tutte le taglie e colori, parlano di famiglia e di stanze strette, ogni volta mi viene la voglia irrefrenabile di rubare qualcosa, come un frutto dall’albero, ma non lo faccio mai, mi tengo quello strano desiderio, come quello di bussare prima o poi ad una porta per assaggiare i peperoni  e magari un bicchiere di rossese aspro…

Quel giorno, stavo salendo, presa ad osservare ogni piccolo particolare di uno di questi piccoli paesi, il filo d’erba tra un sasso e l’altro, un susino
gravido di frutti in un piccolo terrazzo incastrato tra due case  grigie di sassi, un cespuglio di rosmarino, che, inspiegabilmente sapeva di lavanda, una piccola finestra con ancora le tendine fatte all’uncinetto di colore ecrù, quando all’improvviso la vedo spuntare, prima la coda, dritta, ad antenna, poi tutta la gatta, so subito che è una femmina perché ha tre colori, il muso appuntito impertinente e due occhi giganteschi verdi, punta verso di me, con quella determinazione che solo un gatto può avere, punta dritta verso di me e già mi guarda negli occhi prima ancora che io me ne possa accorgere.

Miagola la gatta, di quel miagolio rauco, quasi muto, è come se sapesse che io so leggere le labbra, regalo di un’infanzia passata con due meravigliose persone sorde e in seguito da  anni di studi, miagola in silenzio e io le guardo la bocca  e capisco e lei sorride.

Non vuole cibo, vuole proprio me, mi gira attorno, mi obbliga a chinarmi, accucciata sui talloni, in equilibrio sulle gambe, come lei sulle zampe, in un gioco alla pari, mi guarda mi scruta, e miagola il silenzio, poi, d’un tratto fa un balzo, e si incammina giù per la strada, si volta, mi guarda, non posso fare altro che seguirla, si ferma davanti ad una porta socchiusa a metà, mi sembra una cantina, sorrido perché vedo che ha appese fuori quelle tende a strisce di plastica dura, color verde trasparente di bottiglia, non le vedevo beh, direi da trent’anni, la mia infanzia si colloca più o meno in quel periodo lì, adoravo quelle tende, le aveva mia nonna nella porta finestra del giardino e ci giocavo, facevo le trecce, le muovevo me le rigiravo addosso, le annusavo, avevano un profumo di gomma come quello delle bambole e, infine, il grido di mia nonna : " Maria Beatrice! fai entrare le mosche ! "…

La gatta si sdraia lunga e con una zampa inizia a giocare con una striscia della tenda, io allora sbircio tra le fessure mobili di vento e incontro due occhi verdi, allargo lo sguardo e vedo una donnina minuscola che timidamente esce tra i fili di gomma, sarà alta meno di un metro e mezzo,  non riesco a darle un’età,  potrebbe avere cent’anni in un corpo di bambina, mi sorride e dice : “ stia attenta alla gatta, è selvatica” io allora le racconto del nostro incontro, su, in cima alla salita e mi accuccio a metà strada tra lei e la gatta, il mio metro e settanta stava diventando imbarazzante.

Le mi guarda sospettosa e riprende a parlare : “ strano, Milù è una gatta cattiva, graffia tutti” e guarda di sottecchi la gatta, che, naturalmente ha deciso di far finta di dormire…

Mi sento quasi di dovermi giustificare : “ sa, ho sempre avuto gatti…” poi per cambiare discorso le dico: “ è incinta eh? ” - lei sgrana gli occhi tanto da far apparire tante sottilissime rughe in un volto che ora mi appare di folletto - : “ ma dice davvero? ” “ a me sembra di si ” – rispondo - 

Guarda la gatta ed ora è una bambina di pochi anni, che non sa, non  immagina, non comprende “ ahhh Milù, ma che hai fatto? ” poi mi guarda e mi domanda “ ma quanto ci mette una gatta a fare i gattini? ”  le dico due mesi più o meno, lei sembra pensarci un po’ su e poi dice: “e ora che faccio?” Le dico di preparare uno scatolone con vecchi stracci e di aspettare, che al resto penserà Milù.

“Meno male che è passata di qui oggi e me lo ha detto, così preparo tutto, se vuole le tengo un gattino”, mi sfugge il gesto di prenderle una mano, non so perché, non è mia abitudine farlo e lei subito la stringe e sento la sua solitudine passare dalle sue ossa alle mie, guardo quella casa cantina, una vecchia cucina economica dagli angoli con lo smalto sbeccato e sbavature di ruggine, una branda, una lampadina  fioca  che penzola in mezzo al soffitto, ma tutto in ordine, pulito, altro, in fondo alla stanza, la semi oscurità non mi fa vedere.

Ci mettiamo a chiaccherare, come vecchie amiche o come a volte solo due sconosciute possono fare, del tempo, dell' umanità che lei vede scorrere come acqua davanti alla sua porta, dei sogni, di ricette, di gatti, in un pensiero circolare molto femminile, molto aviluppante come un vortice, ne esci e ti sembra di aver fatto un viaggio...

Mi alzo, la saluto, devo andare, ho un bel po’ di strada a piedi da fare prima di tornare a casa, accarezzo Milù, e per trattenere un’altra carezza verso la minuscola donna gioco con la tenda e sento la sua vocina sussurrare : “ ci giocava da bambina vero? ”

Un leggero sussulto, una frazione di tempo di stupore, poi sorrido e annuisco, sorrido di me e per me, e a quei quattro occhi  verdi malandrini che mi stanno guardando

Una gatta, una vecchia e una donna in giro da sola, tre monadi che si sono toccate, tre anime che si sono mescolate, tra vento di vicolo e profumo di cibo.

Lei ha finto di non sapere dei gattini, per rubare un po’ del mio tempo e un po’ di me, io fingerò di non sapere di avere incontrato una delle ultime streghe e la sua gatta Milù.

Scendo velocemente il sentiero, il paese arroccato è un ormai un puntino alle mie spalle, provo una strana sensazione di felicità e fortuna, di essere stata scelta da una gatta magica  per fare un po’ di compagnia alla sua vecchia amica, ed è motivo d’orgoglio questo per me, ed è motivo di dono per una amica che torna da un viaggio.

Perché lei capirà e sorriderà ad un dipinto.
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lunedì, 13 agosto 2007, ore 16:30

Tra le mani, tengo dei piccoli sassi, come fossero un komboloi, il passatempo greco, li osservo, li rigiro tra le dita, ci gioco, cerco di identificarne le origini malgrado le sfinenti levigature del loro eterno rotolamento.

“questo è un pezzo di granito, un frammento di olivina, questa è una pietra sedimentaria, no, forse è metamorfica”
, mi aggrappo a questo piccolo avamposto di terra, cercando di immaginarne l’antica provenienza e il destino che li ha portati qui, "questo è un frammento di mattone, questa era una piastrella, un vetro di bottiglia blu, che da  bambina pensavo fosse una pietra rarissima e magica…"

I miei piedi percepiscono il freddo dell’acqua che  ritmicamente li lambisce,  ascolto il rumore sordo della risacca con la tensione e la quasi mobilità delle orecchie di un gatto, temo un’onda più forte, non ho voglia di essere bagnata, il mare è lì, pochi centimetri da me, ne provo diffidenza, come sempre, per me è il confine con la fine del mondo, oltre non è luogo mio, non è terra su cui posare i mei passi, sono nata e vissuta con l’odore di mare nelle narici, ma profumo di legna e foglie nel cuore.

Non  mai “nuotato” il mare, non l’ho mai “attraversato” e lui non ha mai cantato il suo richiamo per me, con la saggezza primordiale di un’entità viva che non spreca fiato  per chi non vuole ascoltare.

Tengo i sassi tra le dita e il sole forte di agosto scalda la mia schiena, che sembra voler accogliere ogni briciola di quel giallo, quasi a voler contrastare l' imbarazzante azzurro del mare.

All’improvviso sento rumore di passi,un bambino di circa dieci anni non di più corre verso la riva, incurante dei sassi sotto i piedi, ha i capelli color oro e la pelle candida, si ferma all’improvviso, proprio dove l’acqua bagna la terra e si gira, ed è un’ esplosione dentro di me, i suoi occhi, dello stesso identico blu dell’acqua, contagiano la bocca in un sorriso senza fine, quasi posso toccare la sua emozione, è un attimo, e tutta la bellezza e tutta la potenza del mare mi appare, vedo le scaglie brillare, mi giunge intenso il profumo di salino, noto le sfumature digradanti verso un blu profondo e lontano, vedo tutto in quel sorriso e in quel piccolo petto gonfio di emozione, mi piace pensare che forse questo bambino il mare non l’ha visto mai, o, forse, lo scorso anno, che è poi quasi la stessa cosa a quell’età.

Corre impazzito come un cucciolo lungo la battigia e tocca la schiuma bianca con le mani e ride, ride come raramente ho sentito, di gioia pura, di energia.

È stato allora che ti ho pensato, per te deve essere così ogni volta, deve essere questa l’emozione che provi, non la fine di qualcosa, ma l’inizio di un mondo nuovo, meraviglioso, che incanta.

È stato allora che ho pensato a te, e che domani sarà il tuo compleanno.

È stato allora che ho pensato che desideravo regalarti il mare, un mare, per una frazione di secondo, amico, come lo  hai spesso desiderato per me.

È stato un attimo, appena allontanate le risa del bambino i miei occhi si sono posati sulla schiuma bianca scintillante di sole ed ho pensato, che strano, ha lo stesso riverbero della neve, ma poi mi sono detta… in fondo è sempre acqua…

Ed ho sorriso…

Domani è il tuo compleanno, spero per te, che sia un giorno di mare…






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mercoledì, 01 agosto 2007, ore 17:31




Tutti hanno paura del cancro, il male che ti mangia dentro, la tua stessa carne che ti si rivolta contro, a moltiplicarsi come un mare nero…


Nella mia storia il cancro come una nenia maledetta, ha cantato, come un ritornello ossessivo, ha sterminato parte della mia famiglia, musica maledetta, a ritornare nel tempo, riconoscibile e riconosciuta fin dalle prime note: mio nonno, Mauro, mia zia,  il mio padre elettivo, “che mi ha detto addio in un giorno d’estate identico a quello di oggi”…

Eppure non ho mai odiato il cancro, l’ho temuto, come è giusto che sia, come le cavallette, come la grandine che devasta, come il sole impazzito che brucia, naturale però, come ogni cosa che il destino manda, sono contadina in fondo, nell’anima.


Ma quando mia madre si è ammalata, quando per la prima volta sono riuscita a vederla al di la del torpore che il vino le induceva, quando finalmente la malattia le aveva restituito lo sguardo limpido di chi è vivo, ho ringraziato un dio in cui non credo, per la morte intravista che restituisce la vita.
 

Così avevo pensato

Il cancro mi aveva restituito una madre mai posseduta, e piano piano, con la pazienza che mi appartiene, avevo restituito a me e al lei un passato mai vissuto, se non nei miei desideri.

E ho ricostruito, con la costanza di chi ama a prescindere, di chi perdona le botte prese, di chi cancella le cicatrici con una carezza, di chi ringrazia una parrucca bruna per la gioia di poter accarezzare.

Così avevo sperato

Ma c’è un male ancora più oscuro del cancro, c’è un dolore impazzito che va olte quello di un corpo ferito e offeso, c’è il cannibalismo dell’anima,  che non ti permette di rinascere, di vivere di sorridere.

Il vino uccide tutto, qualsiasi speranza, qualsiasi carezza.

“Oggi hai di nuovo gli occhi offuscati mamma, il male nero ha vinto, qualsiasi vita possibile, c’è un nero più nero del cancro, e, quello, non so combatterlo, mi arrendo, per sopravvivere almeno io”.


Oggi ci sono le nuvole su dal faggio, strana sintonia con i miei monti: nuvole, piccoli, infiniti, frammenti di lacrime.

Non si vincono certe battaglie, e saperlo rende più saggi, ma più stanchi… si più stanchi…
sospettatemi
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