Le salite strette di pietra dei paesi dell’entroterra della Liguria, offrono strane prospettive, giocano con la luce e con gli odori, rimbombano di voci, risate, grida o sussurri, sembra che parlino a te che cammini, per tenerti compagnia, e, chissà perché, c’è sempre profumo di peperoni arrostiti o, a volte, di ripieni, ma sempre con un leggero sottofondo di peperone, e, nei vicoli tangenti, ripidi di salite anch’essi, ci sono spesso degli stendini, lasciati a rubare qualche lama di luce che tra un tetto e l’altro sfugge all’ordine del sole di non addentrarsi in certi anfratti.
Appesi ci sono mutande, calzini, magliette di tutte le taglie e colori, parlano di famiglia e di stanze strette, ogni volta mi viene la voglia irrefrenabile di rubare qualcosa, come un frutto dall’albero, ma non lo faccio mai, mi tengo quello strano desiderio, come quello di bussare prima o poi ad una porta per assaggiare i peperoni e magari un bicchiere di rossese aspro…
Quel giorno, stavo salendo, presa ad osservare ogni piccolo particolare di uno di questi piccoli paesi, il filo d’erba tra un sasso e l’altro, un susino gravido di frutti in un piccolo terrazzo incastrato tra due case grigie di sassi, un cespuglio di rosmarino, che, inspiegabilmente sapeva di lavanda, una piccola finestra con ancora le tendine fatte all’uncinetto di colore ecrù, quando all’improvviso la vedo spuntare, prima la coda, dritta, ad antenna, poi tutta la gatta, so subito che è una femmina perché ha tre colori, il muso appuntito impertinente e due occhi giganteschi verdi, punta verso di me, con quella determinazione che solo un gatto può avere, punta dritta verso di me e già mi guarda negli occhi prima ancora che io me ne possa accorgere.
Miagola la gatta, di quel miagolio rauco, quasi muto, è come se sapesse che io so leggere le labbra, regalo di un’infanzia passata con due meravigliose persone sorde e in seguito da anni di studi, miagola in silenzio e io le guardo la bocca e capisco e lei sorride.
Non vuole cibo, vuole proprio me, mi gira attorno, mi obbliga a chinarmi, accucciata sui talloni, in equilibrio sulle gambe, come lei sulle zampe, in un gioco alla pari, mi guarda mi scruta, e miagola il silenzio, poi, d’un tratto fa un balzo, e si incammina giù per la strada, si volta, mi guarda, non posso fare altro che seguirla, si ferma davanti ad una porta socchiusa a metà, mi sembra una cantina, sorrido perché vedo che ha appese fuori quelle tende a strisce di plastica dura, color verde trasparente di bottiglia, non le vedevo beh, direi da trent’anni, la mia infanzia si colloca più o meno in quel periodo lì, adoravo quelle tende, le aveva mia nonna nella porta finestra del giardino e ci giocavo, facevo le trecce, le muovevo me le rigiravo addosso, le annusavo, avevano un profumo di gomma come quello delle bambole e, infine, il grido di mia nonna : " Maria Beatrice! fai entrare le mosche ! "…
La gatta si sdraia lunga e con una zampa inizia a giocare con una striscia della tenda, io allora sbircio tra le fessure mobili di vento e incontro due occhi verdi, allargo lo sguardo e vedo una donnina minuscola che timidamente esce tra i fili di gomma, sarà alta meno di un metro e mezzo, non riesco a darle un’età, potrebbe avere cent’anni in un corpo di bambina, mi sorride e dice : “ stia attenta alla gatta, è selvatica” io allora le racconto del nostro incontro, su, in cima alla salita e mi accuccio a metà strada tra lei e la gatta, il mio metro e settanta stava diventando imbarazzante.
Le mi guarda sospettosa e riprende a parlare : “ strano, Milù è una gatta cattiva, graffia tutti” e guarda di sottecchi la gatta, che, naturalmente ha deciso di far finta di dormire…
Mi sento quasi di dovermi giustificare : “ sa, ho sempre avuto gatti…” poi per cambiare discorso le dico: “ è incinta eh? ” - lei sgrana gli occhi tanto da far apparire tante sottilissime rughe in un volto che ora mi appare di folletto - : “ ma dice davvero? ” “ a me sembra di si ” – rispondo -
Guarda la gatta ed ora è una bambina di pochi anni, che non sa, non immagina, non comprende “ ahhh Milù, ma che hai fatto? ” poi mi guarda e mi domanda “ ma quanto ci mette una gatta a fare i gattini? ” le dico due mesi più o meno, lei sembra pensarci un po’ su e poi dice: “e ora che faccio?” Le dico di preparare uno scatolone con vecchi stracci e di aspettare, che al resto penserà Milù.
“Meno male che è passata di qui oggi e me lo ha detto, così preparo tutto, se vuole le tengo un gattino”, mi sfugge il gesto di prenderle una mano, non so perché, non è mia abitudine farlo e lei subito la stringe e sento la sua solitudine passare dalle sue ossa alle mie, guardo quella casa cantina, una vecchia cucina economica dagli angoli con lo smalto sbeccato e sbavature di ruggine, una branda, una lampadina fioca che penzola in mezzo al soffitto, ma tutto in ordine, pulito, altro, in fondo alla stanza, la semi oscurità non mi fa vedere.
Ci mettiamo a chiaccherare, come vecchie amiche o come a volte solo due sconosciute possono fare, del tempo, dell' umanità che lei vede scorrere come acqua davanti alla sua porta, dei sogni, di ricette, di gatti, in un pensiero circolare molto femminile, molto aviluppante come un vortice, ne esci e ti sembra di aver fatto un viaggio...
Mi alzo, la saluto, devo andare, ho un bel po’ di strada a piedi da fare prima di tornare a casa, accarezzo Milù, e per trattenere un’altra carezza verso la minuscola donna gioco con la tenda e sento la sua vocina sussurrare : “ ci giocava da bambina vero? ”
Un leggero sussulto, una frazione di tempo di stupore, poi sorrido e annuisco, sorrido di me e per me, e a quei quattro occhi verdi malandrini che mi stanno guardando
Una gatta, una vecchia e una donna in giro da sola, tre monadi che si sono toccate, tre anime che si sono mescolate, tra vento di vicolo e profumo di cibo.
Lei ha finto di non sapere dei gattini, per rubare un po’ del mio tempo e un po’ di me, io fingerò di non sapere di avere incontrato una delle ultime streghe e la sua gatta Milù.
Scendo velocemente il sentiero, il paese arroccato è un ormai un puntino alle mie spalle, provo una strana sensazione di felicità e fortuna, di essere stata scelta da una gatta magica per fare un po’ di compagnia alla sua vecchia amica, ed è motivo d’orgoglio questo per me, ed è motivo di dono per una amica che torna da un viaggio.
Perché lei capirà e sorriderà ad un dipinto.